domingo, 11 de enero de 2009

CO2 en el 2008: ¿ incremento mínimo ?

El dato preliminar del incremento atmósferico de CO2 en el 2008, registrado en el Mauna Loa (observatorio oficial de sus mediciones), ha sido el más bajo desde que comenzaron las mediciones en 1959: 0,24 partes por millón (ppm). (CO2 trends) .

Pero ...quizás sea un error. Es extraño que en la tabla Mauna Loa CO2 monthly mean data la cifra del mes de Diciembre sea la misma exactamente que la de Noviembre: 384,11 ppm.

Las emisiones de CO2 por quema de combustibles fósiles habrán sido de unas 29 gigatoneladas (ver gráfica abajo), que de haberse quedado por completo en la atmósfera hubiesen aumentado la concentración de CO2 en unas 3,7 partes por millón. Así que falta en el aire la mayor parte del CO2 añadido en el 2008, que habrá sido absorbido por el mar y la biomasa terrestre (suelos y vegetación). Más que de costumbre.



Gt (Gigatonelada) = mil millones de toneladas
2,12 Gigatoneladas de carbono (7,8 Gigatoneladas de CO2) equivalen a 1 ppm en la concentración atmosférica de CO2.


Los interesados sobre la variabilidad del aumento del CO2 pueden leer :
Incremento del CO2

ref. datos de la gráfica: EIA - International Energy Data and Analysis .


Riscaldamento globale, un'ipotesi diversa. Parte I: il minimo di Gleissberg

Il ritardo del nuovo ciclo solare potrebbe indurre a un ripensamento circa alcune idee riguardanti le cause dei cambiamenti climatici.



immagine articolo 19372 Confronto fra l'andamento dei cicli solari 22-23 e 3-4, secondo l'ipotesi che, nei prossimi anni, prevede una replica del minimo di Dalton. Fonte: http://ncwatch.typepad.com. Clickare l'immagine per ingrandire.

Stefano Di Battista: 10-01-2009 ore 11:19

Il ritardo con cui il ciclo solare 24 si sta manifestando ha riportato l'attenzione sul ruolo dell'astro quale motore del clima terrestre: una più approfondita conoscenza di tali connessioni potrebbe infatti rimettere in discussione alcune idee circa il riscaldamento globale di origine antropica. Di qui le ricerche e gli studi, attraverso cui la comunità scientifica si sta interrogando; in particolare, si cercano le prove riguardanti il minimo di Gleissberg che, se avesse fondamento nei suoi presupposti teorici, potrebbe condurre la Terra a un accentuato raffreddamento. Alla base dei nuovi scenari sta il comportamento del Sole negli ultimi anni: non è chiaro cosa stia avvenendo, e ciò è motivo di interpretazioni diverse, che qui si riassumono per sommi capi.

Debolezza del ciclo 24 Il 4 gennaio 2008, alle alte latitudini solari, è comparsa una macchia a polarità invertita, indizio del nuovo ciclo, il 24º dal 1755, anno da cui inizia la classificazione numerica. Tuttavia l'attività dell'astro si è mantenuta bassa, al contrario delle attese, che indicavano un pronunciato massimo entro il 2010 (poi spostato al 2011, al 2012 e ancora oltre). Nell'ottica di tale massimo, ci si attendeva una progressiva crescita dell'attività solare; invece, il 2008 (266 giorni secondo i dati preliminari) è risultato l'anno con meno macchie (Spotless days) dal 1913, il 4º per scarsità dal 1849 in una classifica che vede, al 19º posto, anche il 2007 (163 giorni). Ciò ha fatto postulare che il ciclo 24 possa rassomigliare ai cicli di fine Ottocento - inizio Novecento, quando l'attività del Sole era meno marcata dell'attuale.

Ampiezza del ciclo 23 Il 28 marzo 2008 la sonda SOHO (Solar and Heliospheric Observatory) ha confermato l'apparizione sul Sole d'un gruppo di macchie della precedente polarità a latitudini equatoriali: per gli specialisti questa è la prova che il ciclo 23 non è ancora esaurito. In effetti, nel trapasso da un ciclo all'altro, la sovrapposizione fra il vecchio e il nuovo è cosa normale; tuttavia, se il ciclo 23, iniziato nel maggio 1996, non fosse terminato, starebbe per raggiungere l'ampiezza del ciclo 4 (1784-'98) confermando, almeno in parte, la teoria del ciclo di Gleissberg.

Detto ciò, si rendono necessarie alcune considerazioni aggiuntive. La scarsità di macchie solari di per sé non ha incidenza sul clima terrestre; esse non sono che un indicatore dell'attività magnetica dell'astro, nel senso che appaiono in numero elevato quanto più il Sole è attivo, e viceversa. È appurato che lunghi minimi solari, caratterizzati dalla scomparsa quasi totale delle macchie, sono coincisi con fasi fredde ultrasecolari, tant'è che «la corrispondenza tra due segnali non periodici, cioè i documenti della storia del clima e il profilo della variabilità solare nel lungo periodo, ben si adattano l'uno all'altro, quasi come una chiave e la sua toppa» [Eddy, pp. 195-196].

Se il ciclo 23 non è esaurito (si avvierebbe quindi a raggiungere i 13 anni), la corrispondenza col ciclo 4 (durato 13,6 anni) permetterebbe di formulare previsioni a lungo termine. Secondo la teoria di Gleissberg, cicli molto ampi (e il ciclo 4 è stato il più ampio tra quelli numerati) preludono a una fase di quiescenza solare (vedi nota), che si mostrerebbe nei cicli successivi, a partire dunque dal 24º o, più probabilmente, dal 25º. L'analogia è data dal minimo di Dalton (1798-1823), che si produsse coi deboli cicli 5 e 6 e che corrispose alla fase terminale della Piccola età glaciale, quando molte morene alpine raggiunsero il loro limite storico. Ma c'è un'ulteriore complicazione, fra le tante che rendono estremamente difficile interpretare il ruolo del Sole.

Il ciclo perduto Analizzando la scarsità di osservazioni successive al 1790 (imputate all'instabilità socio politica derivante dalla Rivoluzione francese), si è ipotizzato che l'apparente lunga durata del ciclo 4 sia stata, invece, il risultato della sovrapposizione di due cicli: uno denominato 3' (1784-'93) e un debole, e non riconosciuto, ciclo 4 (1793-'99), circostanza che farebbe leggermente postdatare l'avvio del ciclo 5 (1799 in luogo del 1798). Il declino eccezionalmente lungo del ciclo 4 (fase catastrofe: 1791-'98) pertanto, sarebbe da inquadrare in modo diverso rispetto a quanto ritenuto finora [Usoskin, pp. 257 e 259].

A prescindere dalle implicazioni storiche e dai risvolti astrofisici che questa lettura può comportare, lo spunto riguardante le carenze della documentazione conduce a una riflessione circa il minimo attuale. Tra il 21 luglio e il 10 settembre 2008 si era creduto di archiviare una sequenza spotless di 51 giorni, che sarebbe stata la più lunga dal 1913 e la quarta dal 1849; l'osservatorio di Rimavská Sabota (Slovacchia) ha tuttavia riconosciuto un gruppo di macchie che hanno interrotto la sequenza al 20 agosto (31 giorni). Ciò non va a inficiare l'importanza del minimo attuale, ma apre anzi una questione cruciale, ovvero: quanto sono attendibili, secondo i parametri in uso, i minimi di fine Ottocento e inizio Novecento, per non parlare di quelli del XVII e XVIII secolo, quando le tecniche di rilevamento erano notevolmente meno affinate delle attuali? Quante altre macchie, del tipo di quelle messe in evidenza nel 2008, possono esser sfuggite agli astronomi dell'epoca? Perciò: la fase di quiescenza odierna è esattamente confrontabile con quelle passate, oppure è sottostimata per via d'una più capillare capacità di controllo?

Nessuna risposta è al momento opportuna, anche perché gli stessi sostenitori delle implicazioni climatiche derivanti dall'attività solare mettono in luce una serie di incongruenze che ancora attendono una spiegazione.

Note
Tale quiescenza determinerebbe anche una debolezza del vento solare, esponendo così la Terra a una maggiore ingerenza dai raggi cosmici: da qui l'ulteriore teoria di Henrik Svensmark ed Eigil Friis-Christensen, del Dansk Rumforskningsinstitut di Copenaghen, a parere dei quali ciò indurrebbe un aumento della nebulosità terrestre.

Bibliografia
J.A. EDDY, Il clima e il ruolo delle condizioni solari, in R.I. ROTBERG, T.K. RABB (a cura di), Clima e storia, Milano, 1984, pp. 170-197.
I.G. USOSKIN, K. MURSULA, G.A. KOVALTSOV, The start of the Dalton minimum: was one sunspot cycle lost in late XVIII century?, in H. SAWAYA-LACOSTE (editor), Proceedings of the Second Solar Cycle and Space Weather Euroconference (Vico Equense, Italy, 24-29 settembre 2001), Noordwijk, 2002, pp. 257-260.

Riscaldamento globale, un'ipotesi diversa. Parte II: le previsioni di Hathaway

immagine articolo 19419 Le ultime due previsioni (ottobre 2008 e gennaio 2009) elaborate da David H. Hathaway del NASA Marshall Space Flight Center, che riducono l'ampiezza del ciclo 24: il massimo scende al di sotto di quello del ciclo 23 (fonte:
www.Klimadebat.dk . Clickare sull'immagine per ingrandire).

Stefano Di Battista: 11-01-2009 ore 21:02

I sostenitori del riscaldamento globale antropico hanno una posizione perentoria: «Tutte le teorie che hanno cercato di attribuire alla radiazione solare un ruolo determinante sull'andamento delle temperature nell'ultimo secolo e, in particolare degli ultimi 50 anni, non reggono» [Caserini, p. 103]. Eppure ci sono studi che mostrano come la componente solare spieghi il 74% dell'evoluzione termica dell'emisfero boreale dal 1610 al 1800 e il 56% di quella successiva, e pur avvertendo che solo un terzo degli 0,36 °C di aumento registrati dal 1970 sono attribuibili alla variabilità solare, concludono che essa «può aver giocato un ruolo più grande nel recente mutamento di temperature globali di quello che finora è stato riconosciuto» [Lean, p. 3198].

Il filo che lega Sole e clima terrestre sembra correlato ad alcune componenti che possono amplificarne, oppure limitarne, gli effetti. Nella sintesi seguente si descrivono quelle su cui, al momento, si concentrano le maggiori attenzioni.

Fasi solari Il ciclo delle macchie ha una periodicità di 11,2 anni (ciclo di Schwabe); si tratta d'un dato medio, poiché sono documentati cicli di 9 anni e altri di 14. Il passaggio da un ciclo all'altro è determinato dall'inversione della polarità delle macchie, il che implica che ogni 22 anni circa (ciclo di Hale) il campo magnetico del Sole torni allo stato iniziale. La durata dei cicli di Schwabe è correlata al ciclo di Gleissberg, di 80-90 anni: ogni fase alternerebbe cicli lunghi, in cui il Sole si mostra meno dinamico, e cicli corti, in cui l'attività magnetica s'intensifica. A supporto di tale ipotesi si fa notare come i cicli 16-22 (si esclude il 23 poiché ancora non esiste certezza circa il suo esaurimento) abbiano avuto una durata media di 10,4 anni e un basso numero di Spotless days, mentre i cicli 10-15 (1856-1923), quelli cioè per cui risulta più certo il conteggio delle macchie (la compilazione storica regolare ebbe inizio nel 1849, durante il ciclo 9), siano durati in media 11,3 anni e con un più alto numero di Spotless days (*),

Eruzioni vulcaniche Un grande capitolo, su cui esiste accordo pressoché unanime nel mondo scientifico, è quello dell'influenza sul clima delle polveri vulcaniche immesse nella stratosfera. Il Dust veil index (DVI) è stato elaborato per misurarne la concentrazione. Se si scorrono le tavole cronologiche di tale indice, si noterà come il minimo di Dalton sia coinciso con una forte attività vulcanica: fra il 1799 e il 1822 (cicli 5 e 6) ci furono non meno di 12 eruzioni [Lamb, pp. 434-435], tra cui quella del Cotopaxi (Ecuador) nel 1803 (DVI = 1.100 circa) e quella del Tambora (Indonesia) nel 1815 (DVI = 3.000). Il XIX secolo e l'inizio del XX furono caratterizzati da un'altissima attività vulcanica (**), ma poi subentrò una stasi e «poiché le eruzioni vulcaniche hanno segnato un minimo marcato tra il 1912 e il 1948, tale situazione ha certamente favorito il sensibile aumento della temperatura verificatosi in quel periodo» [Pinna, p. 174].

Teleconnesioni Si ritiene che, durante le fasi di forte attività magnetica del Sole, ENSO (El Niño Southern Oscillation) sia preponderante rispetto alla Niña e viceversa. A partire dal 1976, in coincidenza coi cicli 22 e 23, ENSO avrebbe avuto un non trascurabile impatto sulle variazioni climatiche. Stando al ciclo di Gleissberg, nei prossimi anni è attesa una prevalenza della Niña, con conseguente moderazione degli eccessi climatici notati a cavallo del XXI secolo. Anche la PDO (Pacific Decadal Oscillation) e la NAO (North Atlantic Oscillation) sembrano correlate al ciclo solare, ed entrambe starebbero entrando in una fase negativa (fase fredda), che andrebbe a sommarsi alla debolezza di ENSO, amplificando gli effetti d'un minimo solare sul quadro termico terrestre. Si è poi tentato di mettere in relazione al ciclo undecennale anche la QBO (Quasi-Biennal Oscillation), ma con risultati di difficile valutazione.

Questo insieme di elementi potrebbe spiegare, almeno in parte, il riscaldamento dell'ultimo secolo e fornire indicazioni probabilistiche sulla futura evoluzione del clima terrestre. In questo campo di studi, mettendo in relazione l'indice geomagnetico del Sole e lo Zürich Sunspot Number (ovvero il conteggio delle macchie), si è scoperto che esiste una forte somiglianza (di segno inverso, però) fra il minimo di Maunder (1645-1723) e il grande massimo solare del XX secolo. Nel 1923 infatti (inizio del ciclo 16), si evidenzia una brusca variazione nell'ampiezza e nella durata della curva di lungo periodo che descrive l'attività solare; essa raggiunge l'apice intorno al 1960, poi comincia a decrescere [Duhau, pp. 8-9 e 14], in una parabola che dovrebbe riportarla al punto zero proprio con l'inizio del ciclo 24.

Ciò che, a oggi, si può affermare, è che il ciclo 23 è stato più lungo dei precedenti ma caratterizzato da meno macchie solari. Quanto al ciclo 24, le proiezioni elaborate negli scorsi anni lo descrivevano come il più forte degli ultimi secoli; la comparsa del nuovo massimo, invece, è stata via via posticipata e ridimensionata. David H. Hathaway, del Marshall Space Flight Center, considerato il maggior esperto mondiale in fatto di previsioni dell'attività solare, per tre volte ne ha riveduto l'ampiezza (Maximum sunspot number); ecco i dati che ha proposto:
145 (nel marzo 2006)
137 (nell'ottobre 2008)
104 (nel gennaio 2009)

Sorprendente l'ultima, forte correzione, ad appena tre mesi dalla precedente che, se confermata, condurrebbe a un debole ciclo 24 come non si verifica dal ciclo 16 (1923-'33). D'altro canto, la quiescenza del Sole nel 2007-'08 e in quest'inizio del 2009 è fonte di incertezze, che vanno a rafforzare la possibilità che il ciclo di Gleissberg conduca a un accentuato minimo verso il 2030: cosa questa che, combinandosi con le fasi negative delle principali teleconnessioni, potrebbe determinare un progressivo raffreddamento del clima terrestre, in antitesi a quanto postulato dalla teoria del riscaldamento globale antropico. Una possibilità, si è detto, che trova fondamento in una ciclicità abbastanza chiara dell'attività solare, la cui componente magnetica resta tuttavia un sistema caotico e non lineare, sull'evoluzione della quale è bene esercitare cautela: altrimenti si rischia quella che è stata definita ciclomania [Le Roy Ladurie, p. 13], che pretenderebbe di descrivere il clima futuro con estrapolazioni statistiche molto lontane dalla realtà dei fatti.

Note
Questa corrispondenza è resa dal grafico pubblicato a corredo dell'articolo http://www.meteogiornale.it/news/read.php?id=19367.
* Si è anche ipotizzato che l'intensità del vento solare, influenzando le linee di flusso del campo magnetico terrestre, possa modulare l'attività vulcanica; si tratta però d'una supposizione rimasta finora a livello accademico.

Bibliografia
S. CASERINI, A qualcuno piace caldo, Milano, 2008.
S. DUHAU, C. DE JAGER, The Solar Dynamo and Its Phase Transitions during the Last Millennium, in «Solar Physics», vol. 250, n. 1 (2008), pp. 1-15 (doi: 10.1007/s11207-008-9212-x).
H.H. LAMB, Climate: Present, Past and Future, vol. I, Londra, 1972.
J. LEAN, J. BEER, R. BRADLEY, Reconstruction of solar irradiance since 1610: Implications for climate change, in «Geophysical Research Letters», vol. 22, n. 23 (1995), pp. 3195-3198.
E. LE ROY LADURIE, Tempo di festa, tempo di carestia, Torino, 1982.
M. PINNA, Le variazioni del clima, Milano, 1996.

Parte I: http://www.meteogiornale.it/news/read.php?id=19372

viernes, 9 de enero de 2009

El carbón es más seguro


Fríos del este sobre Europa. Apetece carbón, pero la política contra el CO2 ha favorecido en los últimos años la construcción de centrales térmicas de gas.

Emitir una tonelada de CO2 cuesta hoy unos 15 euros a los que firmaron el Protocolo de Kyoto sin detenerse a saber lo que firmaban. Como en la producción de un kWh de electricidad producido con carbón se emite el doble de CO2 que si se produce con gas, los políticos, vigilados por los talibanes del cambio climático, vienen favoreciendo a este último.

Pero hay por el mundo mucho más carbón que gas. Las reservas conocidas superan un siglo. Y están mejor repartidas, por lo que el abastecimiento es mucho más seguro.

Estos días la prensa deja caer la idea de que los cortes de gas ruso, por su negativa a suministrar a Ucrania, que lo roba, no son más que ganas de chulear a Europa, como si el gas en Rusia sobrara. No es así. La producción de gas en Rusia en 2007 fue menor que en 2006 y equivalente a la de 1991. Y en Rusia también pasan frío. Pongo una gráfica sobre la producción de gas en Rusia, diferenciando la cantidad que consumen ellos mismos y la cantidad que exportan. No andan muy sobrados. De lo que andan bastante mejor es precisamente de carbón.

España, con una larga costa, unos buenos buques y unas tradicionales y buenas instalaciones portuarias debería en el futuro hacer que el carbón, y no el gas, fuese su principal fuente de electricidad. Sin embargo, los precios impuestos a las emisiones de CO2 han llevado a las compañías a optar por otra fuente más cara e insegura.

Eso creo, aunque seguro que para algunas empresas, con la complicidad de los gobiernos, la opción de abandonar el carbón y jugar en compraventas de CO2 y subvención de renovables es también un buen negocio, que quizás compensa.

sábado, 3 de enero de 2009

RESUMEN

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miércoles, 31 de diciembre de 2008

The Ice in Greenland is Growing

Old Radar Sites In Greenland Show Icecap Growth Over the Years

(And let’s not forget what we’ve learned about the temperature reporting from the DEW line Radar Stations - Anthony)

By Joseph D’Aleo, CCM, AMS Fellow

Though the ice may be melting around the edges of the Greenland Icecap in recent years during the warm mode of the AMO much as it did during the last warm phase in the 1930s to 1950s, snow and ice levels continue to rise in most of the interior. Johannessen in 2005 estimated an annual net increase of ice by 2 inches a year.

greenland-ice-growth

(Above: Recent Ice-Sheet Growth in the Interior of Greenland, Ola M. Johannessen, Kirill Khvorostovsky, Martin W. Miles, Leonid P. Bobylev, Science Express on 20 October 2005 Science 11 November 2005: Vol. 310. no. 5750, pp. 1013 � 1016, DOI: 10.1126/science.1115356)

A Canadian Icecap emailer noted during the cold war there were two massive radar sites built on the Greenland icecap now abandoned. They are called Dye-2 and Dye-3. When built they sat high above the snow, recent pictures show how the snow is building up around them, proving the snow build-up in recent times. This demonstrates this snow accumulation over time.

Dye-2 and 3 were among 58 Distance Early Warning Line radar stations built by America between 1955-1960 across Alaska, Canada, Greenland and Iceland at a cost of billions of dollars. Their powerful radars monitored the skies constantly in case Russia decided to send bombers towards America. After extensive studies in late 1957, the USAF selected sites for two radar stations on the ice cap in southern Greenland. Dye-2 was to be built approximately 100 miles east of Sondrestrom AB and 90 miles south of the Arctic Circle at an altitude of 7, 600 feet, and Dye-3 was to be located approximately 100 miles east of DYE II and slightly south at an elevation of 8,600 feet.

The selected locations for the new radar sites were found to receive from three to four feet of snow fall each year. Since the winds were constantly blowing with speeds as much as 100 mph, this snow accumulation constantly formed large drifts. To overcome this potential problem, it was decided that the Dye sites should be elevated approximately twenty feet above the surface of the ice cap.

Dye 3 was built in 1960. From a distance the structure, with its onion-shaped dome, looks like a Russian orthodox church. Dye 3 was an ice core site and previously part of the DEW line in Greenland. (The Distant Early Warning (DEW) Line: A Bibliography and Documentary Resource List Arctic Institute of North America, Page 23). As a Distant Early Warning line base, it was disbanded in years 1990/1991. The Dye 3 cores were part of the GISP (Greenland Ice Sheet Project initiated in 1971) and, at 2037 meters, was the deepest of the 20 ice cores recovered from the Greenland ice sheet as part of GISP. Samples from the base of the 2km deep Dye 3 and the 3km deep GRIP cores revealed that high-altitude southern Greenland has been inhabited by a diverse array of conifer trees and insects within the past million years. (Eske Willerslev, et al. (2007) Ancient Biomolecules from Deep Ice Cores Reveal a Forested Southern Greenland Science 317 111-114)

The first image below is from 1972.

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See larger image here.

Here it is in 2006.

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See larger image here.

In looking back at the time the sites were abandoned, one console operator lamented “We were very busy during this time and I was sad to see it end. I remember thinking of all the waste,” he said. The site is slowly disappearing into the snow. Its outbuildings are no longer visible and drifting snow will consume it completely one day, but that day appears to be decades away.” Read more here.

album picasa